Castello Aragonese di Ischia e il cimitero delle monache

 


 

 

Castello Aragonese dell’isola di Ischia

e lo strano cimitero delle monache

 

 

Il Castello Aragonese visto da Borgo Celsa

Il Castello Aragonese visto da Borgo Celsa

 

 

 

Su un isolotto nato 300.000 anni fa, da eruzione vulcanica, una bolla di magma, che raffreddandosi è andata mano a mano consolidandosi, fino a raggiungere un’altezza di circa 113 metri, si erge la maestosa fortificazione del Castello Aragonese.

Collegato a Ischia, da un ponte in muratura di circa 220 metri, il mezzo che collega l’isolotto alla terraferma, tra l’antico centro di marinai e pescatori, Borgo Celsa,così chiamato per la presenza di piante di gelso, oggi invece denominato Ischia Ponte e il Castello Aragonese, questo, si erge a simbolo della splendida e rinomata Ischia.

Per accedere al Castello Aragonese di Ischia, bisogna passare attraverso una galleria scavata nella roccia, lunga 400 metri e illuminata da lucernari, che avevano anche funzione difensiva, venivano utilizzati come “piombatoi”, feritoie attraverso le quali venivano gettate sui nemici, pietre e olio bollente, insieme ad altri materiali.

Fuoriuscendo dalla galleria, si procede lungo una mulattiera, in salita fino alla sommità dell’isola, altri sentieri si dipanano dalla mulattiera, conducono a varie strutture, edifici e giardini, oggi oltre a questo percorso, è in funzione anche un ascensore, ricavato nella roccia, mentre fino alla metà del XV secolo l’unico strumento di accesso al castello era costituito da una scala esterna, di cui si può ancora intravedere qualche rudere dal mare, dal lato che dà su Vivara.
 


 

Le origini del Castello Aragonese

 

 

Fu realizzato nel 474 da Gerone, venuto in aiuto dei Cumani nella guerra contro i Tirreni, contribuendo alla loro sconfitta al largo delle acque di Lacco Ameno, cittadina sull’isola di Ischia.

Per ricompensa, ottenne l’intera isola di Ischia, dove costruì, sotto il nome di Castrum Gironis, ovvero “castello di Girone“, il fortino, poi passata sotto il dominio dei Romani, dove fondarono la città di Aenaria e utilizzarono la struttura come fortino difensivo ed edificarono alcune costruzioni ad uso abitativo, probabilmente per i soldati d’istanza e famiglie.

In seguito, fino al 1441, vi furono dominazioni Visigote, Vandali, Arabi, Normanni, Svevi e Angioini e perfino un’eruzione del Monte Epomeo, che costrinse gli abitanti di Ischia a rifugiarsi sull’isolotto del castello, sentendosi più sicuri costruirono una vera e propria cittadina.

Con la venuta degli Aragonesi,in data 1441, il Castello di Gerone, cambiò totalmente fisionomia assumendo l’aspetto odierno, infatti prendendo ad esempio dal Maschio Angioino di Napoli, ne rifece la struttura trasformandolo in una solida forma quadrangolare, fornita di mura possenti e quattro torri.

Fece costruire anche il ponte, ora in muratura, che congiungeva l’isolotto a Ischia, dando modo così alla popolazione di trovare rifugio e protezione all’interno delle mura, durante le incursioni dei pirati.

All’interno della struttura centrale, erano posti gli alloggi reali e quelli riservati ai cortigiani, alla truppa e ai servi, mentre ai piedi del castello fu costruita una casamatta, con la funzione di quartiere generale, per la guarnigione addetta alle manovre del ponte levatoio.

Alla fine del 1500, sull’isolotto del Castello di Ischia, erano presenti 1890 famiglie, il Convento delle Clarisse, l’Abbazia dei Basiliani di Grecia, il Vescovo col Capitolo e il Seminario, il Principe con la guarnigione, inoltre vi erano tredici chiese tra cui la cattedrale, dove fu celebrato il matrimonio tra Francesco Ferrante d’Avalos e la poetessa Vittoria Colonna, che ebbe come suoi ospiti, durante la permanenza sull’isola di Ischia, Michelangelo Buonarroti, suo amico e grande ammiratore, Ludovico Ariosto, Jacopo Sannazzaro, Giovanni Pontano, Bernardo Tasso e molti altri.

Il Castello Aragonese

Il Castello Aragonese

Verso la metà del 1700, una volta passato il pericolo delle incursioni da parte dei pirati, la gente cominciò a rientrare sull’isola madre, in cerca di una dimora più comoda, spargendosi sul territorio e qui cominciò la decadenza dell’isolotto del Castello Aragonese, prima cannoneggiato dagli inglesi, fino a distruggerlo e poi trasformato in luogo di pena per gli ergastolani e in seguito carcere politico, che venne soppresso con l’Unità d’Italia.

Venduto a privati con asta pubblica, dal 1912, vi fu un lento recupero e restauro di molti degli edifici che componevano l’isolotto, negli anni settanta è stato palcoscenico di numerose mostre dedicate ad artisti di fama internazionale, come Giorgio Morandi, Giacomo Manzù, Filippo De Pisis, Giorgio De Chirico, Pablo Picasso, Salvador Dalí e Aligi Sassu, ed è anche cornice del Festival di Musica Arti e Spettacolo, mentre nel 1952, sono state girate alcune scene del film statunitense “Il corsaro dell’isola verde” con Burt Lancaster.

 

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Visitare l’isolotto con il Castello Aragonese di Ischia

 

 

Una volta arrivati all’isolotto e percorrendo a piedi la galleria scavata da Alfonso I d’Aragona, o a mezzo del moderno ascensore, si giunge sulla sommità della Rocca, da qui partono due percorsi che permetteranno di visitare, la Chiesa dell’Immacolata, la cui cupola domina l’intero Castello, i terrazzi panoramici del Convento e dell’Immacolata che si aprono sul versante nord-occidentale, la Cattedrale dell’Assunta, che vide nel 1509 le fastose nozze tra Ferrante d’Avalos e Vittoria Colonna.

La Cripta della Cattedrale, contiene gli affreschi della scuola di Giotto, la Chiesa di S. Pietro a Pantaniello, dalla caratteristica pianta esagonale attribuita all’architetto Jacopo Barozzi, detto il Vignola, il Sentiero del Sole, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, il terrazzo panoramico degli ulivi che si apre sul versante orientale, le carceri politiche, che ospitarono gli eroi del Risorgimento italiano.

Si vedono inoltre dall’esterno il Maschio, gli Archi gotici di accesso all’Abbazia dei basiliani di Grecia, i resti del Tempietto del Sole, i bastioni difensivi, le fuciliere e la piazza d’armi con la chiesetta di S. Barbara e il Convento delle Clarisse con il suo cimitero.

 

Ingresso del cimitero delle monache

 

 

Il Convento delle Clarisse e lo strano cimitero delle monache

 

 

La nobildonna Beatrice Quadra di origini napoletane, rimasta vedova, volle dedicare la propria vita alla preghiera e alla meditazione, fondando nel 1575, il Convento delle monache Clarisse, sull’isolotto del Castello e trasferendo le 40 monache, dall’eremo di S.Nicola sul monte Epomeo.

Erano in gran parte figlie primogenite delle famiglie nobili, che dovendo lasciare l’eredità familiare al primo maschio, erano quindi destinate alla vita claustrale, fin dalla giovane età, poi con legge di secolarizzazione,  a indicare il passaggio di beni e territori dalla Chiesa a possessori civili, emanata da Gioacchino Murat, re di Napoli, il convento fu chiuso e le monache trasferite nel convento di S. Antonio.

Sotto la chiesa del convento, raggiungibile da gradini si arriva a quello strano cimitero, che incute un po’ di “ribrezzo”, se si pensa alla funzione ma più che altro al modo di seppellire le monache.

Perfettamente intatto, vi si trovano diversi ambienti, con dei seggioloni in pietra addossati alle pareti e chiamati “scolatoi”, dove venivano fatti sedere i corpi delle defunte monache, a decomporre.

il Putridarium dove i corpi delle monache venivano poste

I corpi infatti non venivano seppelliti, ma lasciati qui, a decomporre lentamente, gli umori, che scendevano dai buchi degli scolatoi, venivano raccolti in appositi vasi d’argilla e infine gli scheletri, essiccati, venivano ammucchiati nell’ossario.

Questo serviva a evidenziare, quanto il corpo fosse solo un semplice contenitore dell’anima, un involucro inutile e la vista di questi corpi in decomposizione serviva a far capire la fragilità della carne e il breve tempo trascorso della vita terrena, per far ciò le monache trascorrevano gran parte della giornata, in preghiera e meditazione, nei locali malsani del “Putridarium”, spesso ammalandosi a volte mortalmente, oggi i corpi riposano presso il cimitero di Ischia.

Un’ala del convento oggi ospita un albergo, le cui stanze, un tempo erano le celle delle monache.

 

 

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