Elcito il Tibet delle Marche

 


 

 

Elcito il Borgo

ai piedi del cielo

 

 

Elcito con la stradina che raggiunge i piedi del cielo

Elcito con la stradina che raggiunge i piedi del cielo

 

 

Sono rimasti in pochi ma ancora oggi vivono con lo stesso spirito di anni addietro,  Elcito il “Tibet marchigiano” era un’antica abbazia e un castello, con poche e sparse case, per i contadini dipendenti dell’abbazia benedettina.

Sopra uno sperone di roccia, che domina la vallata con alle sue spalle il Monte San Vicino, dove i venti e la furia delle intemperie, sferzano continuamente e insistentemente,il piccolo borgo, sorge Elcito, dal nome spagnoleggiante ma di derivazione più botanico, infatti il nome deriva da “Elce”, altrimenti noto come leccio, anche se la pianta è più propensa ad attecchire nella macchia mediterranea, qui a Elcito e nei suoi dintorni, la lecceta, in epoche lontane, aveva colonizzato anche le aree più interne, ed è probabile che ce ne potessero essere residui nella gola rocciosa sottostante il paese.

Oggi la sua posizione fa intuire che in un tempo passato fosse stato un castello, a vigilare sulla sicurezza del Monastero benedettino, che sorgeva alle pendici dell’altopiano di Canfaito, in località “Abbadia di Elcito”, dove oggi si può solo immaginare, che quelle poche case e la piccola chiesetta, potesse essere un tempo, la potente e famosa Abbazia di Santa Maria di Val Fucina.
 


 

L’Abbazia di Santa Maria di Val Fucina

 

 

I pellegrini che volevano recarsi all’Abbazia, dovevano affrontare un vero e proprio percorso ripido e tortuoso sui pendii del Monte Pereta, fino a giungere alle porte del Castello e dopo una leggera discesa arrivare nella verde e ampia radura, dove li attendeva l’Abbazia, con i suoi numerosi edifici e la chiesa.

Oggi il Castello si raggiunge comodamente in automobile e da qui scendere all’Abbazia.

Note certe del periodo di presenza, non di fondazione perché non ve ne sono, giungono a noi da scritti datati 1058 ma già si descriveva un nucleo monastico attivo e fiorente.

Il complesso del Monastero e Abbazia di Santa Maria di Val Fucina sotto a Elcito

Il monastero rimase fiorente, grazie anche a contratti di uso dei terreni, di proprietà abbaziale, previo compensi e approvvigionamenti, con i vari contadini nella zona, fino alla metà del XIII secolo, epoca in cui vede l’inizio del declino dell’Abbazia di Santa Maria, causato dal minor numero di monaci, la riduzione dei contratti d’uso e la perdita di numerosi beni fondiari.

L’ultimo abate conosciuto, cercò di reggere il monastero, fino al 1483, in seguito, senza una guida spirituale la comunità benedettina, ridotta ai minimi termini, da non poter più affrontare l’amministrazione dei pochi beni rimasti, abbandonò il sito definitivamente, lasciando quello che era un ricco monastero, nell’assoluto silenzio.

I corridoi, le cellette dei monaci, i cortili e la chiesetta non risuonarono più delle preghiere e dei canti gregoriani, che fino a poco prima riempivano l’aria.
 


 

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Il Castello di Elcito, il borgo odierno

 

 

Sicuramente edificato dai monaci benedettini, che gli rivolgevano la funzione di difesa e sorveglianza dell’unico punto di accesso all’Abbazia e ponendo sul Castello di Elcito, come da documenti e atti pervenuti, la loro giurisdizione e potestà, misero agli abitanti in condizione servile rispetto ai monaci, legandoli alla terra che lavoravano, venendo ceduti insieme ai fondi e non potendo stipulare contratti, comparire in tribunale e fare testamento.

Il castello di Elcito

A seguito, poi, di una rivolta degli abitanti del Castello, nel 1298, Elcito venne annesso al Comune di San Severino e qui cominciò il declino, tra contrasti di territorialità per i pascoli, l’ampliamento dei confini dei terreni e il cambio d’uso, da pascolo a terreno di semina, portarono il disinteresse da parte delle autorità, non eseguendo più le manutenzioni e rinforzi alle mura difensiva, che l’andare del tempo cominciò a mandare in rovina e le pietre riutilizzate per la costruzione delle abitazioni.

Oggi di quel piccolo Castello, con le case racchiuse dalle mura merlate e della torre, alta e imponente con la porta orientale che si apriva sul percorso che dalla Valle di San Clemente portava all’Abbazia, non rimane che un magnifico e silenzioso borgo, con la piazzetta, la chiesa parrocchiale dedicata a San Rocco e le case stupendamente ristrutturate ma con il solo uso vacanziero estivo.
 


 

Il Borgo di Elcito

 

 

Su quello sperone di roccia, il silenzio e la tranquillità, uniti alla semplicità e alla pace, danno al borgo di Elcito tutto il mistero di un luogo mistico.

Non esistono negozi, nemmeno per i generi di prima necessità, ristoranti e alberghi, bar o locali pubblici, d’altra parte che cosa se ne farebbero i pochi abitanti rimasti, che seguono l’andamento della giornata scandito dal levarsi del sole e dal suo tramonto.

I sette abitanti rimasti, già in età avanzata, hanno sempre vissuto, come tutta la comunità, quando c’era fino agli anni ‘70, in maniera autonoma, le duecento persone avevano, come inculcato dai monaci e tramandato alle generazioni seguenti, un intenso rapporto con la terra, orti e pascoli producevano i mezzi utili e necessari per il sostentamento di tutta la comunità.

Oggi invece la sopravvivenza dei sette rimasti, è garantita da un furgone, che una volta alla settimana e quando le condizioni del tempo lo permettono, passa con la scorta di pane, latte, formaggio, salumi e quant’altro possa servire.

L’impressione di chi arriva al paese, inerpicandosi su per la stradina che passa prima davanti ai lavatoi, ancora oggi il regno delle donne, poi entra nella piazzetta con la chiesa, la porta chiusa come quella delle case che attorniano la piazza, dà l’idea del paese fantasma completamente disabitato ma lo scorgere di una testa che fa capolino, da una porta semiaperta, non per curiosare ma per vedere chi è quel temerario che si è avventurato fin lassù, ti fa ricredere e ti domandi come si faccia a vivere in un posto, nonostante la bellezza, così isolato.

La chiesetta di San Rocco a Elcito

Inoltrandoti per le poche strade del borgo, incontri prima uno, poi altri, dei sette rimasti, così ti siedi e cominci a parlare con loro e le mille domande ti escono come un fiume in piena, cerci di sapere tutto di loro, della loro vita di oggi e di ieri, però per educazione ti trattieni e per non essere invadente, fai in modo, che siano loro a raccontarti la vita che era e che è.

Allora ti raccontano che qui il vento è quasi perenne e a volte, spesso, è talmente forte che a fatica ti reggi in piedi, ti fanno notare le finestre, praticamente poco più grosse di una mattonella, per meglio riparare la casa dal vento e dal freddo, le porte delle case, sono rialzate, “D’inverno qui c’è talmente tanta neve che per poter uscire bisogna mettere le tavole di legno, fuori dall’uscio una davanti all’altra e appoggiata sulla neve, se no nun se pò camminà”.

Con nostalgia ti raccontano che nei primi anni del 1970, comincia l’emigrazione degli abitanti verso la città, la scuola chiude, le case mano a mano si svuotano, i paesani ricercano quella che è una vita più comoda e non dettata dalla natura, dal duro lavoro nei campi per il sostentamento di tutti, un benessere maggiore ma fortunatamente qualcuno ogni tanto ritorna, anche se per un breve periodo, alla propria casa, alle proprie radici e tutti quando poi tornano alla città, si guardano indietro con un grosso sospiro e negli occhi velati da una lacrima, vanno con la memoria ai tempi che furono, alla vita serena e tranquilla di Elcito ma è ora di andare.

 

 

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